La parete che rallenta il tempo
Sulla parete carsica sopra il villaggio di Ospo, dove il calcare chiaro assorbe decenni di presenza, magnesio e decisioni silenziose, il tempo scorre a modo suo. Qui non c’è fretta – solo linee incise nella roccia, lunghi momenti di silenzio prima di fare la prima mossa e la silenziosa consapevolezza che ogni presa porta l’impronta di chi l’ha afferrata prima di te.
Ecco perché Ospo rimane una delle mete di arrampicate preferite di Janja Garnbret: più che una semplice parete, è un archivio vivente dello sviluppo dell’arrampicata sportiva, dove le vie, fin dai primi anni Novanta, spostano i confini del possibile – e dove il suo legame si rivela come un dialogo con la storia, il paesaggio e il significato.
Il luogo in cui si ritorna
Per Janja, Ospo non è mai stato solo un’altra destinazione o una voce su una lista. Era il luogo in cui si ritorna. Un luogo che pone domande anche quando sembra che tutte le risposte siano già note.
Nel corso degli anni Janja ha scalato quasi tutte le vie più impegnative di Ospo. Quello che un tempo era un obiettivo irraggiungibile per generazioni di climber, per lei è diventato col tempo uno spazio familiare e domabile – uno spazio di chiarezza, disciplina e silenziosa determinazione. Eppure, nel 2025, ha aggiunto un capitolo che va oltre le medaglie e i record: ha scalato la via Za staro kolo in majhnega psa.
Una poesia incisa nel calcare: “Per una vecchia bicicletta e un cagnolino”
La via prende il nome da una poesia di Barbara Suša, moglie del geografo e alpinista sloveno Tadej Slabe, autore della prima salita. Non si tratta di una celebrazione della vittoria, bensì di un’intima riflessione sul desiderio, sull’attesa e sul fragile equilibrio tra aspirazione e realizzazione. Parla dell’attesa e del contare i giorni, del viaggio in solitudine, di una vecchia bicicletta e di un cagnolino – immagini silenziose e quotidiane, ma dotate di una sorprendente forza emotiva.
Per una vecchia bicicletta e un cagnolino
(Za staro kolo in majhnega psa)
“Ancora quattro giorni!
E tu arriverai!
Ti voglio così bene
che ti regalerei la mia
vecchia bicicletta e il mio cagnolino
e sarei felice se tu
venissi da me con lei,
pedalando
e ridendo
mentre il cane corre al tuo fianco.
Io invece andrei a piedi
scendendo lungo la strada
dalla trattoria a casa
e mi direi:
Ancora quattro giorni!
E tu arriverai!
E quando arriverai, cara,
avrò paura
che tu non voglia restare di nuovo
per sempre,
come una dolce moglie,
che non potrei più aspettare,
né contare i giorni
e non mi verrebbe mai in mente la bicicletta
e nemmeno il cane
che ti corre fedelmente accanto.”
(Barbara Suša)
La poesia originale è in sloveno; la traduzione è allegata solo per facilitare la comprensione del contesto e il collegamento con la storia di Janja.
L’attesa, la realizzazione e la domanda su cosa verrà dopo
Quando Janja si trovava ai piedi della via Za staro kolo in majhnega psa, non doveva affrontare solo una sfida tecnica. Si trovava di fronte a parole scritte decenni prima, a una silenziosa storia umana impressa nella roccia e alla consapevolezza che l’arrampicata non è mai solo un movimento verso l’alto.
È anche tempo. È desiderio. È la consapevolezza che ogni risultato porta già in sé la propria fine.
La poesia inizia con un verso semplice, ma carico di emozioni:
Ancora quattro giorni! E arriverai!
In esso c’è la tensione che ogni climber conosce prima di una via a lungo desiderata – giorni di preparazione, sforzo e ritiro, dialogo interiore tra dubbio e fede.

Anche l’arrampicata di Janja è caratterizzata dall’attesa: delle condizioni, del momento giusto, di quel fragile equilibrio in cui l’intenzione e il movimento si incontrano.
Ma la poesia porta con sé anche qualcos’altro – e non è la paura della sconfitta, bensì la paura della realizzazione. La paura che con il raggiungimento dell’obiettivo qualcosa finisca, che si perda lo spazio dell’attesa:
E quando arriverai, cara /.../
Ed è proprio qui che si nasconde una delle silenziose verità dell’arrampicata: il fatto che il raggiungimento di un traguardo non porti solo soddisfazione, ma anche il senso di vuoto che si prova quando un capitolo si chiude.

Quando Janja ha scalato quella via tanto a lungo ammirata, anche lei ha provato questa sensazione. C’era soddisfazione, senza dubbio, ma anche la consapevolezza che alcune liste sono definitive. Che alcuni luoghi, col tempo, smettono di chiederti se ce la puoi fare e iniziano a porre altre domande. Cosa significa ancora per te questo luogo? Cosa rimane quando gli obiettivi sono raggiunti?
Janja Garnbret al di là delle competizioni
Queste domande conferiscono alla sua scalata una profondità che va oltre lo sport. Janja non è solo un’atleta che colleziona vittorie, ma una persona che sa ascoltare il luogo – il suo contesto, la sua atmosfera, la sua storia. Come pluricampionessa olimpica e mondiale e vincitrice della Coppa del Mondo, ha raggiunto la vetta dell’arrampicata agonistica. Ma proprio a Ospo si rivela un’altra dimensione della sua arrampicata – più silenziosa, serena, fondata sull’ascolto, non sulla dimostrazione.
In qualità di ambasciatrice del turismo sloveno, la sua presenza in luoghi come Ospo ha anche un significato simbolico. Le sue scalate qui non mostrano solo l’eccellenza sportiva, ma aprono una storia sulla Slovenia stessa. Ospo supera così l’immagine di una drammatica parete calcarea e diventa il simbolo di uno spazio in cui natura, memoria e creatività si incontrano con straordinaria intensità. Attraverso di lei, la Slovenia si rivela non solo come una destinazione per chi ama le sfide estreme, bensì come un paesaggio di profondità, intimità e significato.